Siamo complici

Archivio cartaceo | di Furio Colombo

22 febbraio 2011

 

I complici.

Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati da unità militari mercenarie. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole. L’Europa ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri.

Nessuno? Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che – come ricorderete – è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd, Sarubbi e chi scrive, ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”.

In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.

È dovere urgente dello stesso Parlamento italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Cominceremo la nostra denuncia con la frase pronunciata da Berlusconi, mentre i dimostranti di Bengasi venivano falcidiati con mezzi e armi forse italiani: “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”.

6 commenti

Archiviato in attualità, comunicazione, politica

6 risposte a “Siamo complici

  1. questo blog è molto bello molto ben curato vieni a visitare anche il mio^^

  2. Complimenti per il tuo blog, essendo una amante di libri non posso che chiederti l'invito!

  3. @marghy85x: fatto, grazie!!

    @gandalfilbianco77: come potrei rifiutare di far visita a Gandalf il Bianco??
    Arrivo! ;O)))

  4. Questo accade quando per decenni, si preferisce affidare la gestione dell'immigrazione a dei banditi, invece che elaborare una politica di sviluppo e cooperazione. La responsabilità è anche dell'Unione Europea, certo. Ma per anni abbiamo raccontato la favola (e ci abbiamo creduto) che i flussi migratori si possono controllare pagando qualcuno che lo faccia per noi. Quando poi salta tutto, ci si ritrova così: senza idee, leggermente ridicoli, e ovviamente complici.
     

    Marco Freccero

  5. Aver firmato questo vergognoso Trattato (anche con la complicità di pezzi dell'opposizione) la dice lunga sul rapporto di subalternità di quest'Italietta al Rais. Basti pensare al Circo che si allestì a Roma le due volte che il Rais venne in visita…

  6. @RW2punto0: non importa quanto possa essere pazzo, sanguinario e inaffidabile, la sola cosa che importi è portare a casa accordi commerciali, energia, e magari un ipotetico scudo contro l'immigrazione sulle nostre coste. Non importa a nessuno nemmeno quando il rais manda a morire nel deserto centinaia di clandestini respinti. Né importa al nostro governo fare le figure di M che abbiamo fatto, allestendo tutto quel bel teatrino. Il pelo sullo stomaco è lunghissimo e la dignità è sotto i tacchi.

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